VIZIO DI FORMA. RECENSIONE

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Gordita Beach, California, 1970. Larry “Doc” Sportello (Joaquin Phoenix) è un investigatore privato hippie e tossicodipendente. La sua ex Shasta (Katherine Waterston) gli chiede di seguire il suo amante attuale, il ricchissimo Mickey Wolfmann (Eric Roberts), perché convinta che la moglie stia ordendo contro di lui. Le cose si complicano quando Wolfmann sparisce e l’ispettore della omicidi Bigfoot (Josh Brolin) accusa proprio Sportello.
Per il suo settimo lungometraggio, Paul Thomas Anderson porta sullo schermo il romanzo Inherent vice di Thomas Pynchon, uno dei massimi esponenti della letteratura postmoderna. È ineccepibile che a livello visivo il regista di Magnolia sappia rendere suggestiva l’America dei lisergici anni Settanta, ma dopo il promettente avvio la verbosità prende il sopravvento, la trama si sfilaccia e, soprattutto nella parte conclusiva, il ritmo cala vertiginosamente. Così, alla fine, sorge il dubbio fondato che dietro quest’opera labirintica e avvolta nei fumi della droga, ci sia davvero un vizio di forma e poca, pochissima sostanza.
Il vero peccato è non aver approfittato di un ispiratissimo Joaquin Phoenix, lui sì veramente all’altezza della situazione: look stropicciato e sguardo allucinato, Phoenix offre una prova convincente con il suo istrionismo ben calibrato.
Alcuni hanno paragonato Vizio di forma a Il grande Lebowski, ma in tutta franchezza si fa fatica a trovare durante i centoquarantotto lunghi minuti di questo film dei momenti realmente all’altezza del cult dei Coen. Perché non sempre eccessivo fa rima con geniale.

Voto: 2/5

Vizio di forma (Inherent vice), USA, 2014. Regia: Paul Thomas Anderson. Interpreti: Joaquin Phoenix, Josh Brolin, Owen Wilson, Katherine Waterston, Benicio Del Toro, Reese Whiterspoon, Eric Roberts. Durata: 2h e 28’.

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