VERGINE GIURATA. RECENSIONE

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Sulle montagne albanesi, Hana (Alba Rohrwacher) rimane orfana da ragazzina e viene accolta in casa da un montanaro e la sua famiglia. Con il passare del tempo alla giovane sta sempre più stretto il severo codice del Kanun, che obbliga le donne alla più completa sottomissione, tanto da fare una scelta estrema: diventare una “vergine giurata”, ovvero assumere l’identità maschile in cambio della castità a vita. Nonostante i diritti acquisiti, però, dopo alcuni anni Hana, ora diventata Mark, decide di raggiungere la sorellastra fuggita in Italia.
Per il suo primo lungometraggio, la regista romana Laura Bispuri adatta l’omonimo romanzo di Elvira Dones e realizza un’opera sorprendente. Vergine giurata è coinvolgente sin dalle prime battute, tanto nel dipingere la semplicità di un modus vivendi in una terra aspra ma visivamente affascinante, quanto nel descrivere la brutalità di una società che svilisce la sensibilità femminile. Di parole non se ne pronunciano molte e non ha importanza, perché la cinepresa scava negli sguardi, nei volti, nei corpi alla ricerca dei sentimenti. E molto spesso li trova.
Dalla sua, poi, la Bispuri ha pure un’ottima Alba Rohrwacher, che recita con grande immedesimazione senza mai caricaturare il personaggio.
A voler trovare una pecca, è da segnalare un leggero calo d’intensità nella parte finale, quella che si svolge interamente in Italia. Ma è poca cosa, perché di esordi così dalle nostre parti se ne vedono pochi.

Voto: 3,5/5

Vergine giurata, Italia-Albania-Svizzera-Germania-Kosovo, 2015. Regia: Laura Bispuri. Interpreti: Alba Rohrwacher, Flonja Kodheli, Lars Eidinger, Luan Jaha. Durata: 1h e 30’.

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