UN SACCO BELLO 40 ANNI DOPO

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In attesa del ritorno nelle sale di Carlo Verdone con il ventisettesimo film da regista, Si vive una volta sola, in queste settimane la memoria dei suoi estimatori è corsa con nostalgia a quarant’anni fa, quando la sua opera d’esordio, Un sacco bello, fu la prima piacevole sorpresa del nuovo decennio (uscì il 19 gennaio del 1980).
Una pellicola oggi circondata da un’aurea mitica per tanti motivi, a cominciare dalla genesi del progetto, frutto nientemeno che del genio di Sergio Leone. Il papà dello spaghetti western restò folgorato da Verdone vedendolo in tv nella trasmissione Non stop, e si convinse subito che quel talento doveva sbarcare ad ogni costo sul grande schermo. Piegate le titubanze del giovane comico, Leone gli affiancò un gruppo di importanti professionisti, dagli sceneggiatori Leonardo Benvenuti e Piero De Bernardi al direttore della fotografia Ennio Guarnieri, fino al maestro Ennio Morricone.
Attraverso tre storie intrecciate tra di loro, Verdone diede vita a ben sei personaggi, tutti con caratteristiche molto diverse, per un’esplosione di comicità che aprì nuovi scenari nella commedia italiana. “Carlo era bravissimo, inventava addirittura delle battute che non c’erano nel copione e io dovevo far la fatica di trattenermi dal ridere”, ha raccontato in un’intervista Isabella De Bernardi (figlia di Piero), che ebbe la parte della fricchettona Fiorenza grazie a una felice intuizione di Verdone. Isabella, al debutto nel cinema, compose insieme a Renato Scarpa e a un impetuoso, irresistibile Mario Brega un formidabile terzetto di caratteristi.
Generazioni di cinefili sono poi cresciute rivedendo Un sacco bello fino allo sfinimento, memorizzandone con devota abnegazione le battute, i tormentoni, i tic dei protagonisti. E dopo quarant’anni, l’opera prima di Verdone sembra avere un sapore sempre più speciale. Sarà perché ci riconosciamo ancora nelle fregnacce di Enzo e nell’indolenza di Ruggiero, nell’esuberanza di Marisol e nella tenera goffaggine di Leo. Sarà per quel pizzico di malinconia che lo pervade e si manifesta nel finale sulle note di Morricone. Sarà perché ci riporta indietro a un’Italia svanita nel tempo e che ci è rimasta nel cuore. Tutte piccole, grandi cose che fanno di un film un cult della nostra vita.

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