TORO SCATENATO, I 40 ANNI DI UN CAPOLAVORO

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Quando Robert De Niro lesse l’autobiografia del pugile Jake La Motta nei primi anni ’70, comprese subito di avere un irrinunciabile appuntamento con la storia del cinema. Peccato che Martin Scorsese, cui l’attore propose più volte l’adattamento, non ne voleva proprio sapere di trarne un film, soprattutto per via del suo scarso feeling nei confronti della boxe.
Il tira e molla tra i due durò per buona parte del decennio, finché nell’autunno del 1978 Scorsese non finì in ospedale per eccesso di droghe. Pesava appena quarantanove chili e non riusciva più a trovare una valida ragione per risalire la china. Fu allora che De Niro tornò all’assalto e, in quello che sembrava il momento meno opportuno, il regista newyorkese disse finalmente di sì. Ripercorrere la vita autodistruttiva di La Motta fu come guardarsi allo specchio. La storia di Jake e la determinazione dell’amico De Niro gli avevano offerto un’ancora di salvezza che conduceva alla redenzione.
Oggi, a quarant’anni esatti dalla sua uscita, Toro scatenato sprigiona ancora tutta la passione, l’energia, la dedizione maniacale che Martin e Bob ci misero per realizzare un’opera talmente innovativa da lasciare perplessi alcuni critici dell’epoca, forse disorientati di fronte a quel biopic sportivo così antiretorico e spiazzante.
Quanto ingegno, quanta arte tutta insieme per raccontare la brutale parabola del Toro del Bronx… Basti ripensare a De Niro che danza sul ring come una farfalla e alle note della Cavalleria rusticana di Mascagni. Al magnifico bianco e nero (con tante sfumature di grigio) di Michael Chapman e al montaggio mozzafiato di Thelma Schoonmaker. A quel ring immortalato dal centro del suo cuore, con i pugni, l’adrenalina, il sudore e il sangue che schizzano fuori dallo schermo. All’emozionante piano sequenza che accompagna il protagonista verso il titolo mondiale. Agli irresistibili duetti De Niro-Joe Pesci e alla sensazionale metamorfosi con cui Bob rivoluzionò l’ars recitandi. Al pianto straziante e inconsolabile dell’antieroe tra le mura del carcere.
Toro scatenato è la vita che si fa cinema e il cinema che si fa vita. Non a caso, il film si chiude con Jake davanti allo specchio che, dopo un’esistenza di errori ed orrori, prova a far pace con se stesso. Dietro a quell’omone sformato, malinconico e solo ma che – nonostante tutto – non è ancora andato al tappetto, non è difficile scorgere una sagoma ben riconoscibile. È quella dello stesso Scorsese, il regista che nei suoi giorni più bui indossò i guantoni e ritrovò la via per l’olimpo della settima arte.

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