THIS MUST BE THE PLACE

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David Byrne, completamente vestito di bianco, si esibisce in uno dei brani più esaltanti e famosi dei Talking Heads, This Must Be The Place. E mentre canta, sulla sua testa e su quelle dei musicisti “vola” una donna in abito a fiori seduta nel suo soggiorno. Poi la cinepresa si sposta verso il pubblico danzante e lo attraversa fino a giungere sul volto in lacrime dell’ex rockstar Cheyenne. Adoro questa scena del quinto lungometraggio di Paolo Sorrentino, perché è un autentico manifesto del suo cinema. La potenza delle immagini che sposa la forza della musica, spiazzanti e fluidi movimenti di macchina che corrono verso le emozioni.
This Must Be The Place è destinato ad invecchiare benissimo, perché migliora ad ogni visione. C’è sempre da scoprire qualcosa in questo film, nei suoi dialoghi profondi, nei duetti pieni d’ironia sorrentiniana tra Cheyenne e sua moglie (la simpatica, fenomenale Frances McDormand), nella bizzarra e variegata galleria dei personaggi di contorno, nelle strade di Dublino e nelle distese lucenti dei campi dell’America di periferia, in quel trolley che il protagonista trascina come i rimorsi che implodono nel suo cuore. E intanto il viaggio dell’anima di quest’uomo alla ricerca dell’aguzzino nazista che umiliò suo padre, diventa ogni volta sempre più nostro.
I panni dell’eccentrico e depresso Cheyenne li veste, magnificamente, Sean Penn. L’attore statunitense, da fuoriclasse della recitazione qual è, riesce a trasmettere tutta l’umanità nascosta dietro il velo d’apatia disteso sulla maschera à la Robert Smith, regalandoci una delle interpretazioni più importanti di tutta la sua carriera.

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