IL SORRENTINO IN PIÙ

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La Storia non si fa con i “se” e con i “ma”. La storia del cinema, invece, a volte ci impone di farlo.
Quando Paolo Sorrentino e La grande bellezza hanno trionfato quest’anno alla notte degli Oscar, donando una gioia e uno slancio straordinari al nostro cinema, il mio pensiero è andato al suo primo lungometraggio, L’uomo in più.
L’inizio di carriera di Sorrentino non è stato dei più semplici. Lo stesso Paolo ha raccontato (negli extra del dvd de L’uomo in più) di un’esperienza disastrosa come assistente di Stefano Incerti. Poi, nel 2001, arriva fortunatamente la chance attesa e lui ci regala la storia dei due Antonio Pisapia, uno cantante dissoluto (Toni Servillo), l’altro onesto calciatore (Andrea Renzi), che perdono in un batter di ciglio tutto quello che avevano costruito.
Se non ci fosse stato L’uomo in più, non avremmo scoperto il mondo di Sorrentino, che è già tutto lì nel suo primo film: il suo amore per gli anni ’80 e per la musica, il calcio, gli eccessi di quel periodo, i suoi personaggi perdenti, la sua malinconia che taglia come un’accetta i suoi film.
Se non ci fosse stato L’uomo in più, forse Toni Servillo non si sarebbe convinto a darsi completamente al cinema come faceva con il teatro. Se non ci fosse stato il suo Pisapia che canta come Cocciante e vive come Califano, ci saremmo persi quel suo volto incredibile a cui basta inarcare un sopracciglio o smuovere le rughe espressive per farti sussultare.
Se non ci fosse stato L’uomo in più, oggi forse ci sarebbe un Sorrentino in meno. Ma la storia del cinema, quella volta, ha preso la strada giusta.

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