SORDI E VERDONE, STORIA DI UN RAPPORTO SPECIALE

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Strano a dirsi, ma non fu amore a prima vista tra Alberto Sordi e Carlo Verdone, i due giganti della romanità e della commedia italiana. Il papà di Verdone, Mario, era uno stimato critico cinematografico e Carlo ebbe modo di avere approcci con i grandi del cinema fin da bambino. I primi incontri con Sordi furono traumatici, come racconta Verdone nel suo libro La casa sopra i portici. Albertone era solito sparare battute a bruciapelo sul piccolo Carlo, che restava poi ammutolito e mortificato. L’episodio peggiore capitò a Saint Vincent, in occasione della consegna delle Grolle d’oro. Carlo aveva 10 anni ed indossava un completino valdostano. “Ma ‘ndo vai vestito così? Co’ la picozza in mano? Sei proprio un fregnone!”, disse Sordi, che gli diede un pizzico sulla guancia così energico da procurargli un livido.
Fu soltanto quando Verdone era un ragazzo aspirante attore, che iniziò a vedere Sordi in modo diverso: attraverso la visione e lo studio dei suoi film si innamorò di quella “grande maschera, nella quale erano presenti tanti tic comportamentali che ci appartenevano in qualche modo” e della sua “sensazionale rapidità d’esecuzione della battuta”.
Il successo di Verdone con Un sacco bello, nel 1980, fece sì che di lì a qualche anno i due lavorassero insieme (In viaggio con papà, nel 1982, il primo film, Troppo forte il secondo, nel 1986). Ma soprattutto nacque un legame d’amicizia profondo, che unì il discepolo al maestro fino alla morte di quest’ultimo.
Verdone è stato sempre riconosciuto dalla critica come l’erede naturale di Sordi, cosa che lui molto umilmente non ha mai approvato. È innegabile, però, che il buon Carlo più di chiunque altro negli ultimi trent’anni di cinema, ci ha fatto ridere e riflettere come proprio il mitico Albertone sapeva tanto bene fare.

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