SAMUEL L. JACKSON, L’ATTORE “TARANTINATO”

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“Non un avvertimento, non una domanda. Una pallottola!”. Così tuona il Maggiore Marquis Warren in uno dei momenti cruciali di The Hateful Eight. Nell’ultimo film di Quentin Tarantino, Samuel L. Jackson domina spesso la scena con lo sguardo scaltro, le azioni imprevedibili e la parlantina logorroica, confermandosi ancora una volta l’attore più “tarantinato” al mondo.
Tutto comincia nel 1994 con Pulp Fiction, grazie al memorabile gangster riccioluto alla ricerca di redenzione Jules, che porta il “bucato sporco” del capo in una misteriosa valigetta e recita un passo della Bibbia alle sue vittime prima di aprire il fuoco. Da quel momento Tarantino non se ne separa (quasi) più. In Jackie Brown (1997) Samuel è di nuovo protagonista, ancora nei panni di un malavitoso (stavolta con coda di cavallo). Poi appare in un cameo in Kill Bill vol. 2 (2004) e fa da voice over in Bastardi senza gloria (2009), prima di tornare ad un ruolo importante in Django Unchained (2012), dove interpreta il cinico servitore prediletto di Leonardo DiCaprio.
In The Hateful Eight Jackson ha disegnato insieme al suo regista un personaggio sfaccettato, pieno di ambiguità, che martella gli altri protagonisti (e noi spettatori) con fiumi di parole, toccando a volte temi di scottante attualità come quello della discriminazione razziale.
In molti si sono chiesti come mai questa notevole performance sia stata ignorata dall’Academy. Certo è che tra Samuel e l’Oscar non c’è mai stato troppo feeling: una prima nomination nel lontano 1995 (Pulp Fiction) e, poi, niente più.

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