RICHARD JEWELL. RECENSIONE

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1996. Nel corso delle Olimpiadi di Atlanta, la guardia di sicurezza Richard Jewell individua una bomba al Centennial Park e riesce a sventare una strage, salvando la vita a numerose persone. Celebrato inizialmente come un eroe, l’uomo diventa nel giro di pochi giorni l’indiziato numero uno dell’FBI e viene travolto da un processo mediatico diffamatorio. La sua unica ancora di salvezza è Watson Bryant, avvocato indipendente e contro il sistema.

Alle soglie dei novant’anni (li compirà il prossimo 31 maggio), il vecchio leone Clint Eastwood sferra una zampata di quelle che graffiano il cuore e la coscienza. Con centotrenta minuti travolgenti, contrassegnati dalla solita regia rigorosa, l’ex ispettore Callaghan punta il mirino sulle storture dei media e delle istituzioni, la mistificazione della verità  e quel cancro incurabile del pregiudizio sociale. E fa pieno centro.
Come per tutti i suoi lavori recenti, la sceneggiatura – firmata da Billy Ray e ispirata a un articolo di Marie Brenner per Vanity Fair – affonda le radici in fatti realmente accaduti. Eastwood la trasforma in un film tanto asciutto quanto  potente, attraversato da una tensione inarrestabile (con picchi notevoli nelle scene dell’attentato e della perquisizione), e fa del giovane caratterista Paul Walter Hauser un protagonista di sorprendente bravura. Il suo Richard, (anti)eroe per caso, è un trentenne obeso, impacciato, sbeffeggiato da tutti, che vive ancora con la mamma (una commovente Kathy Bates) e ha trascorsi tutt’altro che impeccabili. Insomma, il profilo ideale del mitomane frustrato, da servire su un piatto d’argento al popolo che, quando c’è da odiare qualcuno, non ci pensa su due volte.
Clint è lo “spietato” di sempre e affonda il colpo senza fare sconti a niente e nessuno. Da questo dramma d’impegno civile implacabile e con tocchi d’ironia pungente, i media ne escono malissimo, le autorità americane peggio. Perché se nella reporter d’assalto interpretata da Olivia Wilde finirà per aprirsi l’ombra del rimorso, ogni segno d’umanità o di ragionevolezza è invece assente in quegli agenti dell’FBI che dovrebbero tutelare la giustizia.
“Ho più paura del governo che dei terroristi”, recita il motto nell’ufficio dell’avvocato Bryant, incarnato dall’irresistibile Sam Rockwell. Lo scenario delineato è inquietante e cupo, con uno sguardo chiaramente rivolto al presente, e vien da pensare che un Eastwood così disilluso e amaro non lo si vedeva dai tempi di Mystic River. A rimarcarlo è quell’ultima scena, in cui sul volto di Jewell non appare il benché minimo accenno di un sorriso: non c’è riabilitazione che tenga per cancellare dall’anima il peso della calunnia e della pubblica umiliazione.

Voto: 4,5/5

Richard Jewell, USA, 2019. Regia: Clint Eastwood. Interpreti: Paul Walter Hauser, Sam Rockwell, Kathy Bates, Jon Hamm, Olivia Wilde. Durata: 2h e 11’.

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