UN POSTO AL SOLE E I DOLORI DEL GIOVANE CLIFT

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Quando si parla della vecchia Hollywood, molte volte si rischia di associarla a film che raccontavano storie d’altri tempi, a un modo di fare cinema racchiuso dentro determinati schemi che prevedevano un finale spesso edificante. In realtà, anche in quell’epoca dorata nacquero diversi film destabilizzanti per l’animo dello spettatore.
Prendiamo, ad esempio, Un posto al sole (1951) di George Stevens. Il suo protagonista è uno dei personaggi più indecifrabili e torbidi mai visti su grande schermo. Squattrinato, introverso, apparentemente ingenuo, George Eastman è un giovane che tenta la scalata nella fabbrica del facoltoso zio. Seduce un’operaia e la mette incinta, ma poi si invaghisce di Angela, donna dell’alta società e di bellezza sovrumana. Ed ecco che George diventa un concentrato di pulsioni e pensieri pericolosi. Passione folle, ambizione, istinto omicida e rimorso lo attraversano simultaneamente.
Un posto al sole è ricordato da tanti come la tragica storia di un amore impossibile, ma fondamentalmente  è un’esplorazione nella doppiezza dell’animo  umano.  Merito soprattutto di un grandissimo Montgomery Clift che, al fianco di un’angelica Liz Taylor, riuscì a riempiere d’ambiguità George Eastman con la recitazione inquieta e con quegli occhi in cui bruciavano a fuoco lento i tormenti della sua tribolata vita privata.

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Amarcord

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