MIO COGNATO

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Un’automobile rubata durante un battesimo. Un viaggio lungo una notte nelle strade affascinanti ed oscure di Bari Vecchia. Due cognati che più agli antipodi non si può. Il secondo lungometraggio di Alessandro Piva, Mio cognato (2003), mi conquistò sin dalla prima visione e, a diversi anni dalla sua uscita, continua a farsi vedere con estremo piacere. Un po’ come le commedie all’italiana degli anni Sessanta ti fa ridere di gusto, per poi lasciarti con l’amaro in bocca. E, poi, ha il pathos del road movie americano, qualità mica da poco.
Conoscitore di certi universi sommersi del profondo Sud, Piva sa immergere lo spettatore in un mondo surreale (eppur reale) dove la Peroni ghiacciata è un’istituzione, dove fare la salsa ha il sapore del rito sacro, dove se non conosci “Sandokan”, “il Cecato” o “il Re dello Scoglio” è quasi un peccato mortale. È in questo mondo che i due cognati consumano la loro odissea notturna, è lì che finiscono per scoprire una complicità inaspettata.
Vitino e Toni “il Professore” hanno i volti di Luigi Lo Cascio e Sergio Rubini, e sarebbe impossibile immaginarne altri al loro posto. Introverso, moralista, permaloso il primo, istrione, marpione, spregiudicato il secondo. Una coppia perfetta, quasi dei Trintignant e Gassman contemporanei in viaggio verso l’ineluttabile, fatale sorpasso.

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