MEMENTO: IL CULT DI CHRISTOPHER NOLAN COMPIE 20 ANNI

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Rituffarsi nella mente di Leonard Shelby, vent’anni dopo, continua ad essere un’esperienza totalizzante. Nonostante si conosca già l’esito della storia, è pressoché impossibile non farsi ipnotizzare ancora una volta dall’audace opera seconda di Christopher Nolan, che il 5 settembre del lontano 2000 veniva presentata alla 57esima Mostra del Cinema di Venezia.
Ispirato a un racconto del fratello Jonathan Nolan e girato in appena venticinque giorni e mezzo, Memento interseca due linee narrative per descrivere l’esistenza di un uomo che, in seguito a un trauma cranico, ha perso la memoria a breve termine, ma nonostante tutto è determinato a ricordare (e quindi a sopravvivere) con l’ausilio di foto polaroid, appunti, tatuaggi. L’obiettivo è alimentare il suo unico scopo di vita: trovare l’assassino di sua moglie.
Una linea temporale (a colori) cammina “a passo di gambero”, un’altra (in bianco e nero) procede lineare, ma non meno misteriosa, finché entrambe non si incontrano per virare verso il sorprendente epilogo. Il rebus è finalmente risolto, o forse no. E, probabilmente, non è così fondamentale. Perché Memento non è soltanto una storia protesa alla risoluzione di un enigma, né un raffinato esercizio di stile. Nolan varca il confine tra noir e thriller psicologico per esplorare l’animo umano in ogni sfaccettatura e ambiguità, riflettendo sull’importanza della memoria e sul ricordo come fonte di vita, sulla forza dell’amore e sull’ineluttabile fugacità del tempo.
Il fascino di Memento va oltre il suo accattivante puzzle narrativo. Leonard è un personaggio autentico, con cui si entra sempre di più in simbiosi man mano che tenta, ostinatamente, di riavvolgere il nastro intricato del suo recente passato. Cosa saremmo senza il prezioso scrigno della memoria? È la domanda che ci pone Nolan, è l’interrogativo che ci pongono gli occhi ora tenaci, ora sperduti di un intenso e bravissimo Guy Pearce. La risposta, ogni volta, è un tuffo al cuore.

Foto: IMDb

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Amarcord

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