MAGIC IN THE MOONLIGHT. RECENSIONE

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Stanley Crawford (Colin Firth) è un famoso prestigiatore che si esibisce travestito da cinese (il nome d’arte è Wei Ling Soo), ma si diletta anche a smascherare medium impostori: non c’è trucco che possa sfuggire alla sua intelligenza. Per questo viene chiamato in Costa Azzurra a valutare l’operato di una giovane e bella chiaroveggente americana (Emma Stone), entrata nelle grazie di un rampollo e della sua ricchissima famiglia.
Gli Anni ’20, la musica d’epoca, la Francia, un protagonista misantropo e snob, la magia, la filosofia di Hobbes e di Nietzsche, l’imprevedibilità di Cupido: elementi visti e rivisti nel cinema di Woody Allen. Ma il vecchio mago della cinepresa, pur utilizzando gli stessi trucchi, tira fuori dal cilindro un film gradevole. Tra i dialoghi frizzanti e l’ambientazione colorata ed elegante, spicca soprattutto l’incontro tra il sarcasmo di Allen e lo humour britannico di Colin Firth che produce scintille: in alcune parti l’attore inglese è davvero irresistibile.
Sarà pure che il livello dei suoi migliori film brillanti (soprattutto quelli degli anni ’70) è irraggiungibile, ma il regista newyorkese sa ancora intrattenere meglio di tanti suoi giovani e rampanti colleghi. Guardando questo suo ultimo lavoro, resta solo il rammarico che l’unico fragorosissimo tonfo di una gloriosa carriera, sia dovuto arrivare proprio in Italia con il miserabile To Rome with Love (2012).

Voto: 3/5

Magic in the Moonlight, USA, 2014. Regia: Woody Allen. Interpreti: Colin Firth, Emma Stone, Marcia Gay Harden, Hamish Linklater, Jackie Weaver, Eileen Atkins. Durata: 1h e 38’.

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