L’UOMO DEL LABIRINTO. RECENSIONE

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Sono trascorsi quindici anni da quando Samantha Andretti è stata rapita da uno sconosciuto mentre andava a scuola. Ora si trova a letto in una stanza d’ospedale, dove si è risvegliata sotto shock e senza ricordare quasi nulla di quanto le è accaduto. Accanto a lei siede il dottor Green, un profiler con l’abilità di scovare il mostro scavando nella mente della vittima. Ma non è l’unico uomo a dare la caccia al rapitore. Bruno Genko, investigatore privato ingaggiato a suo tempo per ritrovare la ragazza, ha una buona pista ed è deciso a risolvere il caso una volta per tutte.

Dopo il fortunato debutto con La ragazza nella nebbia (2017) e la vittoria del David di Donatello come miglior regista esordiente, lo scrittore Donato Carrisi torna dietro la macchina da presa per trasporre un altro suo romanzo di successo. E per l’occasione dimostra certamente di non mancare né di coraggio né di ambizione, puntando a costruire una struttura filmica ben più complessa di quella dell’opera prima e ambientando la storia in uno spazio-tempo indefinito, sospeso tra passato prossimo e futuro.
Giocato su due piani narrativi che scorrono paralleli, L’uomo del labirinto guarda ai thriller-horror all’italiana degli anni ’70 (in primis a quelli di Dario Argento), ma anche al cinema di David Lynch e al noir-poliziesco a stelle e strisce. Il ritmo è quello giusto – efficace il montaggio di Massimo Quaglia – e la tensione non manca, eppure alla lunga le aspettative vengono disattese. La seconda metà del film risulta oltremodo labirintica e il twist finale, invece di stupire, lascia piuttosto freddi, facendo riflettere su qualche altro elemento poco soddisfacente dell’ingranaggio. Carrisi, probabilmente troppo intento nel costruire un intreccio destabilizzante e imperniato su ripetuti colpi di scena, sembra infatti trascurare l’approfondimento psicologico dei personaggi (con i quali, non a caso, si fa sempre una certa fatica ad empatizzare), mentre alcuni temi stimolanti come quello dell’infanzia violata o dei traumi post-rapimento vengono appena abbozzati.
Anche sul versante recitativo, del resto, non tutto quadra. Se Toni Servillo e Dustin Hoffman se la cavano con mestiere e risultano in parte, il resto del cast annaspa, tra interpretazioni monocorde o eccessivamente sopra le righe.
In definitiva, pur rimanendo un tentativo interessante, L’uomo nel labirinto è un evidente passo indietro su tutti i fronti rispetto al film d’esordio di Carrisi, che lasciava sperare in un’opera seconda decisamente più convincente.

Voto: 2,5/5

L’uomo nel labirinto, Italia, 2019. Regia: Donato Carrisi. Intepreti: Toni Servillo, Dustin Hoffman, Valentina Bellè, Vinicio Marchioni. Durata: 2h e 10’.

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