L’UOMO CHE NON C’ERA: IL NOIR DEI FRATELLI COEN COMPIE 20 ANNI

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Nelle menti brillanti e geniali dei fratelli Joel e Ethan Coen, gli spunti per un racconto filmico germogliano nei modi più imprevedibili. L’idea de L’uomo che non c’era (2001), per esempio, nacque addirittura da un elemento della scenografia di un loro lungometraggio precedente, Mister Hula Hoop (1994). In una scena del film ambientata nella bottega di un barbiere, compariva infatti un poster che mostrava i diversi tagli di capelli in voga negli anni Quaranta.
Quel manifesto pubblicitario fu poi messo in bella mostra nell’ufficio dei Coen, finché un giorno non divenne fonte di ispirazione per la storia di Ed Crane, anonimo e grigio barbiere di provincia che, nell’estate del 1949, prova a riaccendere la propria mediocre esistenza ricattando l’amante di sua moglie, con l’obiettivo di ricavare quei diecimila dollari indispensabili per poter cambiare mestiere.
Un intreccio tipicamente coeniano che sfociò in un’opera amara e tagliente, segnata tanto da un’ironia beffarda quanto dalle continue, profonde considerazioni sulla condizione umana. Il film debuttò a Cannes, vincendo il premio per la regia (ex aequo con Mulholland Drive), cui però non seguì lo sperato successo di pubblico nelle sale.
Nel tempo, tuttavia, L’uomo che non c’era non solo ha raccolto il meritato apprezzamento di tutti, ma si è rivelato un film fondamentale per comprendere la poetica dei Coen. Questa pellicola è da un lato un’autentica gioia per gli occhi, grazie alla regia chirurgica e allo splendido bianco e nero ricco di chiaroscuri di Roger Deakins (che rievocano al meglio certe atmosfere dei noir anni Quaranta), dall’altro uno stimolo incessante per la mente, con i suoi stuzzicanti risvolti gialli, i colpi di scena ingegnosi, le sue acute e penetranti riflessioni sulla frustrazione e il rimpianto, l’apatia e la solitudine.
E, poi, è una delizia per il “palato” cinefilo, chiamato a gustarsi le sottili interpretazioni di Frances McDormand, James Gandolfini, Tony Shalhoub (l’indimenticabile avvocato Riedenschneider) e, naturalmente, del protagonista assoluto Billy Bob Thornton.
Un attore, quest’ultimo, grandioso e mai abbastanza celebrato, che qui riesce nell’impresa di dar spessore a un individuo senza spessore. Thornton ne rimarca con finezza l’anima incenerita dal cinismo e dalla disillusione, trascinandoci nella tragica e fatale odissea di chi non può sottrarsi, in alcun modo, al suo destino di invisibilità.

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