LA ZONA D’INTERESSE. RECENSIONE

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Un uomo, sua moglie e i loro cinque figli conducono una vita tranquilla ed agiata in una villetta munita di graziosa piscina e di un giardino curatissimo. L’uomo in questione, però, è Rudolf Höss, il comandante di Auschwitz, e l’abitazione da sogno si trova appena di fianco al muro del famigerato campo di concentramento.

Ogni qualvolta pensiamo che il filone cinematografico dedicato alla Shoah abbia già detto tutto ciò che era possibile dire, ecco spuntare un nuovo film in grado di gettare uno sguardo diverso sulla più grande tragedia del Ventesimo secolo.
A scuotere le coscienze degli spettatori stavolta è il regista e sceneggiatore Jonathan Glazer (tornato dietro la macchina da presa a dieci anni di distanza dal fantascientifico Under the Skin) che, dopo aver adattato l’omonimo romanzo di Martin Amis del 2014 ed essersi tuffato a capofitto in una scrupolosa attività di documentazione, è riuscito ad addentrarsi nell’orrore dell’Olocausto pur senza mostrarlo, sollevando importanti interrogativi cui non è scontato dare risposte.
Il lavoro di scrittura compiuto da Glazer è interessante, specialmente per come riesce a delineare i due personaggi principali, Rudolf Höss e sua moglie Hedwig, perfettamente incarnati da Christian Friedel e da Sandra Hüller. Ma è dal punto di vista formale che il regista britannico ha saputo davvero affondare il colpo. Inquadrature e movimenti di macchina chirurgici ci immergono nella quotidianità degli Höss, seguiti spesso a distanza dalle cineprese che, come fossero gli occhi di un vicino, sbirciano, osservano, indagano la loro quieta routine.
Non meno sapiente è l’utilizzo simbolico che Glazer fa dei colori, delle geometrie degli ambienti e soprattutto degli effetti sonori che, talvolta, finiscono per assumere venature horror. Auschwitz, in particolare, è un tappeto di suoni e rumori serpeggianti, un sottofondo raggelante e sottilmente disturbante.
La zona d’interesse è un’esperienza visiva e uditiva notevole, e il ritratto che emerge dei protagonisti è a dir poco penetrante. Qua e là nel racconto si palesano sprazzi di crudeltà, come quando Hedwig prova – compiaciuta – una lussuosa pelliccia usurpata a una donna ebrea. Ma ad inquietare è piuttosto l’indifferenza degli Höss, che vivono la propria esistenza ignorando i segni che si manifestano al di là del muro. Rudolph e famiglia mangiano, chiacchierano, discutono, giocano, fanno il bagno in piscina e ricevono ospiti come se le urla, gli spari, i latrati dei cani, il rumore dei forni e le ciminiere fumanti non esistessero.
Glazer scruta nella mostruosità che si annida nell’ordinarietà degli Höss e ci mette a disagio, solleticando scomode domande. E se dentro di noi ci fosse qualcosa di questa famiglia dall’aria così comune? Non è forse vero che anche noi alziamo muri di indifferenza e siamo assuefatti agli orrori del razzismo e delle guerre? Uno degli aspetti più incisivi de La zona d’interesse sembra risiedere proprio in questo sottoteso, fortissimo dialogo con il nostro presente.

Voto: 4/5

La zona d’interesse (The Zone of Interest), Regno Unito-Polonia, 2023. Regia: Jonathan Glazer. Interpreti: Sandra Hüller, Christian Friedel, Ralph Herforth, Max Beck, Stephanie Petrowitz. Durata: 1h e 45’.

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