LA PRIMA LUCE. RECENSIONE

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Marco (Riccardo Scamarcio) è un giovane avvocato barese ed è padre di Mateo, un bambino di sette anni, con cui ha un rapporto improntato sulla reciproca tenerezza. Al contrario, il legame con la sua compagna Martina (Daniela Ramirez) è ridotto ai minimi termini, a tal punto che la donna lo minaccia di tornarsene nel suo paese, il Cile, portando con sé il bambino. Marco sottovaluta la situazione, finché un giorno si ritrova improvvisamente solo con il figlio a quindicimila chilometri di distanza.
Che succede quando un minore viene sottratto al genitore? Come può reagire un papà alla sofferenza del distacco dal suo bambino? Il regista napoletano Vincenzo Marra porta sullo schermo temi attualissimi e urgenti, utilizzando una narrazione lineare e sobria, e spaccando letteralmente in due il film. Nella prima parte, in una Bari assolata e dominata dal mare, si descrivono rapporti familiari e stati d’animo, con un protagonista tanto affettuoso col figlio quanto cinico nei confronti della crisi interiore della compagna.
Nella seconda parte, per ironia della sorte, Marco si ritrova a vivere la situazione di Martina, soffrendo il disagio di sentirsi straniero e smarrito in una smisurata metropoli sudamericana. Anche e soprattutto per via della legge i ruoli si capovolgono, e la donna da vittima diventa carnefice dell’uomo. Intanto il piccolo Mateo soffre in silenzio e paga caro per l’egoismo dei grandi.
Scamarcio lavora sull’implosione per sottolineare il disagio del protagonista, costretto dagli eventi a decisioni drammatiche, mentre Marra conduce lo spettatore verso l’epilogo senza mai cercare la lacrima facile, ma invitandolo continuamente alla riflessione.

Voto: 3/5

La prima luce, Italia, 2015. Regia: Vincenzo Marra. Interpreti: Riccardo Scamarcio, Daniela Ramirez, Luis Gnecco, Alejandro Goic. Durata: 1h e 48’.

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