KILLERS OF THE FLOWER MOON. RECENSIONE

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All’inizio del 20° secolo, la scoperta del petrolio in Oklahoma rende i membri della tribù degli Osage immensamente ricchi, finendo così per attirare l’interesse dei bianchi. Tra questi ci sono anche il potente proprietario terriero William Hale e suo nipote Ernest Burkhart, un reduce della Prima Guerra Mondiale che ha messo gli occhi su Mollie, giovane e facoltosa donna Osage. Nel frattempo, una serie di misteriosi omicidi inizia a sconvolgere l’esistenza della comunità di nativi americani, trasformando la loro prospera terra in un autentico regno del terrore.

Martin Scorsese – ottantuno anni il prossimo novembre – ha ancora una gran voglia di addentrarsi in territori inesplorati. Attraverso la sua ultima fatica, strappa dall’oblio una brutta pagina di storia americana e firma una delle sue opere più cupe e disilluse che, pur avendo molti punti di contatto con diverse sue pellicole precedenti, non assomiglia in particolare a nessuna di esse.
Basato sull’omonimo libro-inchiesta di David Grann del 2017, Killers of the Flower Moon è un western crepuscolare senza eroi, ma anche un film storico accuratissimo, un crime movie nero come il petrolio, una tragedia familiare shakespeariana, cui il regista newyorkese – con la complicità del suo braccio destro, la montatrice Thelma Schoonmaker, e del compianto musicista Robbie Robertson – imprime un ritmo costante, privo di accelerazioni, capace di provocare una tensione latente, strisciante, corrosiva.
Scorsese si prende tutto il tempo (ben duecentosei minuti!) per raccontare una storia che ha il sapore di una vera e propria resa dei conti con il passato di una nazione. Intreccia la drammatica vicenda degli Osage e il massacro degli afroamericani di Tulsa, lo sterminio sistematico degli indiani e il dilagare del suprematismo bianco, demolendo e sotterrando il mito della Frontiera. E riapre una ferita (mai cicatrizzata) di ieri per riflettere sulle criticità dell’oggi.
Ma Killers of the Flower Moon è anche una parabola universale sull’avidità sfrenata, sulla sete di potere, sul lato oscuro del capitalismo, che ruota intorno a un trio di protagonisti opposti e complementari.
Col mefistofelico Willian Hale, Robert De Niro va a rimpolpare la sua già ricca galleria di villain memorabili. Impossibile strapparsi di dosso i suoi sguardi penetranti, la sua spietatezza, la bieca lucidità con cui manipola suo nipote Ernest. Un personaggio scomodo e respingente quest’ultimo, in cui Leonardo DiCaprio si cala con la consueta dedizione, arricchendolo di molte sfumature. Ernest è un uomo senza qualità, né buono né malvagio, abbastanza stupido da diventare un burattino del Male, che finisce dilaniato fra l’amore per la moglie e un’ottusa fedeltà allo zio-padrone.
In mezzo ai due attori prediletti di Scorsese non scompare, anzi risplende, la rivelazione Lily Gladstone. La sua Mollie è l’incarnazione di tutti i soprusi subiti dai nativi americani, ma anche l’emblema dell’inesauribile forza femminile.
È lei la parte buona di un amore tossico e impossibile, lei l’unica luce tra le tenebre, che si diradano solo nel finale inaspettato, sorprendente, dove l’autore evita le trappole dell’ovvietà e piazza un colpo da maestro. Niente didascalie, niente immagini di repertorio. Soltanto un originale e antiretorico mea culpa, a nome di tutti i suoi connazionali, nei confronti del popolo che li ha preceduti ed è stato spazzato via senza pietà.

Voto: 4,5/5

Killers of the Flower Moon, USA, 2023. Regia: Martin Scorsese. Interpreti: Leonardo DiCaprio, Robert De Niro, Lily Gladstone, Jesse Plemons, Tantoo Cardinal, John Lithgow, Brendan Fraser. Durata: 3h e 26’.

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