FARGO

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Un uomo frustrato che fa rapire la moglie per ricattare il suocero. Due cinici malviventi, uno balordo e incapace, l’altro ottuso e teledipendente, reclutati per la folle impresa. Una poliziotta in avanzato stato di gravidanza che deve risolvere un caso trasformatosi in tragedia. Una storia nera che più nera non si può. Tutto intorno è bianco, il bianco accecante delle distese di neve del North Dakota. E poi c’è la tavolozza dei fratelli Coen, dalla quale fuoriescono colori che non ti aspetteresti in un film del genere: ironia, sarcasmo, comicità.
Fargo è l’incontro incredibile tra il dramma, il divertimento, il realismo, l’assurdo. È, insomma, uno dei colpi di genio più clamorosi di Joel e Ethan Coen, in cui i dialoghi spiazzanti e le immagini potenti si sposano alla perfezione con le facce dei protagonisti. Facce che non si dimenticano, pur non essendo volti di star: Steve Buscemi e Peter Stormare inquietano e, allo stesso tempo, strappano risate; il bravissimo William H. Macy è la maschera della mediocrità e del fallimento; Frances McDormand, simpatica ed espressiva, è un’(anti)eroina di provincia che senza essere un mostro di intelligenza mette in ginocchio una banda di squilibrati senza arte né parte.
Il grande Tullio Kezich all’uscita del film, nel 1996, profetizzò: “È un film che resterà”. È rimasto eccome (oggi ha ispirato persino una serie TV), molto più de Il paziente inglese che lo surclassò ingiustamente alla 69a notte degli Oscar (9 statuette a 2 il risultato finale).

 

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