EVEREST. RECENSIONE

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Racconto della vera storia di una spedizione disastrosa sulla vetta dell’Everest, avvenuta nel maggio del 1996, in cui persero la vita otto persone. Il giornalista John Krakauer, uno dei sopravvissuti alla tragedia, narrò le vicende di quei giorni l’anno successivo in Aria sottile, il saggio che ha ispirato questo film.
Infinite distese di neve e passaggi impervi, panorami mozzafiato e improvvise terribili tempeste. La vera protagonista di Everest è proprio lei, la montagna più alta della Terra, che con i suoi 8848 metri di altezza si è guadagnata l’appellativo di “Tetto del mondo”. Non c’è spazio per l’eroismo, né per eccessi di sentimentalismo in questo film che il regista islandese Baltasar Kormákur dirige con uno stile sobrio ma efficace, riuscendo così a coinvolgere per buona parte della durata. Il commento musicale mai invadente di Dario Marianelli è in simbiosi con le scelte registiche.
Lungo il percorso verso la vetta irraggiungibile, Kormákur comunque non manca di scavare dentro alcuni personaggi, nonostante una sceneggiatura poco all’altezza gli impedisca di sfruttare al massimo il cast importante. Tra quelli meglio tratteggiati c’è l’irrequieto Beck Weathers (interpretato dall’ottimo Josh Brolin), che trova in quell’impresa la ragione per lasciarsi alle spalle le frustrazioni di un’esistenza insoddisfacente, e la guida Rob Hall (Jason Clarke, che qui riscatta la prova incolore in Terminator Genisys) che, per un eccesso di generosità verso uno dei suoi clienti, innesca una reazione a catena che porterà alla tragedia. Perché nella vita di montagna essere generosi, a volte, può risultare una fatale debolezza.

Voto: 3/5

Everest, USA, 2015. Regia: Baltasar Kormákur. Interpreti: Jason Clarke, Josh Brolin, John Hawkes, Emily Watson, Jake Gyllenhaal, Robin Wright, Keira Knightley, Sam Worthington. Durata: 2h e 1’.

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