È STATA LA MANO DI DIO. RECENSIONE

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Nella Napoli degli anni ’80 in subbuglio per l’arrivo di Diego Armando Maradona, l’introverso adolescente Fabietto Schisa cerca il proprio posto nel mondo circondato dall’affetto della sua gioviale famiglia e del colorato gruppo di parenti, amici e vicini che gravita intorno ad essa. Ma il destino ha in serbo un’amarissima sorpresa, che lo priverà di tutto ciò che gli stava a cuore e lo spronerà a cercare un futuro diverso da quello che aveva immaginato.

Quasi tutti i protagonisti dell’universo sorrentiniano – dai due Pisapia a Jep Gambardella, da Titta Di Girolamo a Cheyenne – sono legati tra loro da un sottile filo rosso rintracciabile nello sguardo malinconico rivolto al passato. Con È stata la mano di Dio Paolo Sorrentino decide di alzare il velo dietro quell’inconfondibile sguardo, aprendo le stanze dei propri ricordi e di un’adolescenza segnata dall’improvvisa, traumatica scomparsa dei genitori. Ed ecco il film che non ti aspetti, almeno in questo momento della sua carriera: un amarcord intimo e sobrio, denso e nostalgico, in grado di contenere armonicamente due anime, una leggera l’altra drammatica, senza farle mai incontrare.
Metà del racconto è un continuo scrutare negli anni della spensieratezza, vivacizzato dai dialoghi intrisi d’umorismo, dai siparietti spassosi e da una galleria di personaggi che ricorda quelle di Eduardo o di Troisi. Attraverso gli occhi timidi ma acuti del suo alter ego Fabietto (il bravissimo e intenso Filippo Scotti), il regista campano (ri)accarezza e descrive minuziosamente un microcosmo variopinto, sullo sfondo di una Napoli contraddittoria in cui convivono San Gennaro e Maradona, la baronessa e la popolana, il liceale e il contrabbandiere.
Poi arriva inattesa, terribile, la tragedia e il film sterza bruscamente. Le risate si spengono nel silenzio, l’atmosfera si fa crepuscolare, È stata la mano di Dio diventa la voce strozzata dell’elaborazione del lutto, di un enorme e incolmabile senso di vuoto. Ed esalta il cinema come unico antidoto alla “realtà scadente”, come il mezzo necessario per trasformare il dolore in speranza, in perseveranza e – infine – in arte.
Non sappiamo quanto ci sia di vero o di romanzato nella storia, ma l’autenticità traspira da ogni angolo della pellicola. La scorgi nella complicità tra Fabietto e l’irresistibile papà Saverio di Toni Servillo, nella tenerezza con cui mamma Maria (una Teresa Saponangelo da applausi) guarda suo figlio dormire, nella lodevole finezza di ogni figura di contorno. La lambisci nel modo in cui viene ritratto qualsiasi elemento scenografico, dall’abbacinante mare partenopeo alla videocassetta di C’era una volta in America accanto al televisore. E la senti, forte, nel vibrante confronto risolutivo tra Fabietto e il vulcanico regista-mentore Antonio Capuano (Ciro Capano).
La grande bellezza di È stata la mano di Dio è tutta lì, nello spirito con cui Sorrentino si mette a nudo, si confida e ti trasporta fino al commovente finale-omaggio a I vitelloni di Federico Fellini. Che, proprio come Fabietto/Paolo, ebbe il coraggio di prendere al volo il treno più importante della sua vita.

Voto: 4/5

È stata la mano di Dio, Italia, 2021. Regia: Paolo Sorrentino. Interpreti: Filippo Scotti, Toni Servillo, Teresa Saponangelo, Marlon Joubert, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Massimiliano Gallo, Betti Pedrazzi, Biagio Manna, Ciro Capano, Enzo Decaro, Sofya Gershevich, Lino Musella. Durata: 2h e 10’.

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