DEAD MAN WALKING

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Un anno dopo essere stato l’indimenticabile Andy Dufresne ne Le ali della libertà (1994) di Frank Darabont, Tim Robbins  torna in carcere, questa volta nelle vesti di regista, per parlare della pena di morte.
Per affrontare quest’argomento delicato e scottante, Robbins porta sullo schermo un libro autobiografico di suor Helen Prejean, una religiosa statunitense che si prende cura dei condannati a morte, perché fermamente convinta che “ogni persona vale più della sua peggiore azione”.
Dead Man Walking è un film potente, privo di retorica, capace di far riflettere senza mai cadere nei cliché del genere. Il protagonista Matthew Poncelet, finito nel braccio della morte per stupro e duplice omicidio, è un uomo incapace di ammettere le proprie colpe e restio ad intraprendere la via della redenzione. Per suor Helen fargli da “angelo custode” è un compito talmente arduo da mettere a dura prova la sua stessa fede. Sean Penn e Susan Sarandon (premiata con l’Oscar) incarnano alla perfezione questi due individui che appartengono a due universi opposti e che, soltanto dopo un lungo e tortuoso percorso, riescono finalmente ad incontrarsi.
Nell’emozionante finale, Robbins ricostruisce chirurgicamente tutte le fasi dell’iniezione letale, mentre per la prima volta ci mostra le immagini delle efferatezze compiute da Poncelet. Con grande intelligenza il regista lascia, così, allo spettatore trarre le sue conclusioni, mentre il giovane condannato ritrova quella dignità che pareva ormai perduta per sempre.

 

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