CARLITO, ULTIMO GIRO DI BEVUTE

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Carlito Brigante è disteso su una barella, lo sguardo è esausto, le forze se ne vanno via, ma lui ci rassicura che non è ancora pronto a far fagotto. La morte aleggia sul suo corpo, ne siamo consapevoli sin dall’inizio del capolavoro di Brian De Palma. Ma, poi, ce ne dimentichiamo, perché sprofondiamo immediatamente con la mente e con il cuore nella storia di questo portoricano che sogna di cambiare vita, che nasconde dietro la barba e gli occhi magnetici di un immenso Al Pacino il tormento per certi riflessi criminali che tornano a galla.
Ritrova anche il suo amore perduto, Carlito, comincia a crederci, e cominciamo a crederci anche noi, nonostante i brutti ceffi e gli infami che lo circondano, nonostante il suo miglior amico, l’avvocato Kleinfeld (uno Sean Penn pazzo scatenato), che gli procura soltanto guai.
Ad ogni visione di Carlito’s Way, quasi che potessimo cambiare il finale, ci entusiasmiamo e ci illudiamo lo stesso in quella cavalcata infernale nel Grand Central Terminal di New York. Ma, alla fine, ecco che arriva l’ultimo giro di bevute e Carlito deve lasciare tutto e tutti…
“Me ne sto andando, lo sento. Ultimo giro di bevute, il bar sta chiudendo. Il sole se ne va. Dove andiamo per colazione? Non troppo lontano. Che nottata… Sono stanco, amore. Stanco…”.

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Amarcord

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