AMORE TOSSICO

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Cesare e Michela, Enzo e Ciopper, le spiagge di Ostia e le “spade”, Per Elisa di Alice e le collette “pe’ vede’ de svortà”. Nel 1983 sbarca alla Mostra del Cinema di Venezia il trentacinquenne Claudio Caligari con Amore tossico, film che racconta una dolorosa piaga della società italiana degli anni Ottanta, la dipendenza dei giovani dall’eroina. L’opera prima del regista piemontese sconvolge il Lido e vince il Premio De Sica, ma soprattutto scuote gli animi e fa infuocare il dibattito sul problema della droga.
Caligari ha lavorato duramente per portare a compimento questo progetto, che ha rischiato in più occasioni di naufragare. Due anni di lavorazione in tutto e l’intervento decisivo di Marco Ferreri per arrivare a Venezia. Per la sceneggiatura Caligari si è avvalso della preziosa collaborazione del sociologo Guido Blumir, esperto in materia di dipendenza da stupefacenti, ma la sua intuizione più geniale riguarda il cast. Gli attori scelti per i ruoli principali sono tutti ragazzi tossicodipendenti o con problemi di droga alle spalle, che per calarsi al meglio nei personaggi mantengono i propri nomi e contribuiscono alla stesura del copione con battute memorabili. “Ndo’ s’annamo a spertuzzà a venazza?” dice il carismatico ed ironico Cesare Ferretti (morto di AIDS nel 1989), protagonista di una storia d’amore tenera e disperata con Michela Mioni, che si conclude tragicamente all’ombra del  monumento dedicato a Pier Paolo Pasolini. Proprio il poeta friulano è una delle grandi fonti di ispirazione di Caligari per raccontare questi borgatari pieni d’umanità, ma con un gigantesco vuoto dentro.
Reso ancor più affascinante dall’ambientazione e dalla colonna sonora futuristica e psichedelica di Detto Mariano, Amore tossico è una superba lezione di cinema-verità, fatta di volti e sguardi che non puoi più strapparti dalla mente, di anime allo sbaraglio, di giovani esseri umani per cui la sola cosa che conta non è farsi un avvenire, ma “farsi” e basta. Un cult davvero imperdibile per chi vuole capire a fondo l’opera di un regista di talento, che il mondo del cinema italiano ha ostracizzato per decenni con ingiustificabile accanimento.

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