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IL CACCIATORE: IL CAPOLAVORO DI MICHAEL CIMINO COMPIE 40 ANNI

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Quando Il cacciatore di Michael Cimino viene mostrato per la prima volta al pubblico (8 dicembre 1978), la guerra del Vietnam è terminata da appena tre anni e la ferita di quel conflitto folle e sciagurato sanguina ancora, copiosamente, nelle anime degli americani. L’opera seconda del regista newyorkese arriva come un tornado sugli spettatori, scuotendo le coscienze e alimentando il dibattito sul dramma dei reduci.
Attraverso la storia di Mike, Nick e Steven, tre giovani operai metallurgici di Clairton, Pennsylvania, Il cacciatore dà voce ai tanti ragazzi strappati a un’esistenza normale per essere sacrificati sull’altare della guerra. Dall’inferno non c’è via di ritorno, racconta Cimino in tre ore dense di immagini e di metafore potenti, di emozioni vibranti ed intense. C’è chi come Steven perde le gambe, chi invece resta mutilato nell’anima, come succede a Mike, che pure è il più forte del gruppo, e a Nick, un giovane sensibile che si emoziona al solo pensiero di come sono fatti gli alberi dalle sue parti. “Ho sempre pensato che la guerra del Vietnam fosse sbagliata, ma ciò che non posso sopportare è che anche le persone che vennero arruolate divennero delle vittime” afferma Robert De Niro, che più avanti negli anni racconterà di quanto nessun altro ruolo lo abbia provato psicologicamente e fisicamente come quello di Mike.
Lo straordinario affiatamento tra De Niro, Christopher Walken, Meryl Streep, John Savage e John Cazale si rivela determinante per il successo della pellicola. Perché Il cacciatore è innanzitutto una storia d’amicizia, un’amicizia talmente profonda e sincera da far splendere anche una grigia e anonima provincia americana dominata dalla nebbia e dai fumi delle acciaierie. La scena che vede gli amici intorno al tavolo del biliardo cantare Can’t take my eyes off of you di Frankie Valli ne è l’emblema. È una sequenza gioiosa e, al tempo stesso, struggente. Da togliere il fiato. L’euforia di quei ragazzi (e meravigliosi interpreti) su cui già aleggia lo spettro di un destino lugubre è contagiosa, vera, commovente.
Dopo le prime proiezioni una parte della critica, quella più miope e superficiale, accusa Il cacciatore di essere un film patriottico e reazionario. Sotto la lente d’ingrandimento finiscono soprattutto la celebre scena della roulette russa in Vietnam e il finale in cui la comitiva di amici canta God Bless America. Il tempo aprirà gli occhi anche ai ciechi. Con quella pellicola impregnata di lacrime e di sangue, di affetti spezzati e di illusioni perdute, Cimino ha intonato il de profundis al sogno americano e a una nazione che non potrà essere mai più la stessa.

 


Categoria Articolo:
Amarcord

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