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BLACKKKLANSMAN, IL RUGGITO DI SPIKE LEE SULL’AMERICA RAZZISTA

BlacKkKlansman

Spike Lee è tornato a ruggire. E quando un regista come lui graffia è quasi una manna dal cielo, perché i segni che lascia dentro hanno la forza di innescare dibattiti, di farti rimuginare per molto tempo su quello che hai visto e ascoltato.
Spike Lee è tornato a ruggire. In maniera spiazzante, ironica, provocatoria come solo lui sa fare, portandoti indietro nel Colorado degli incandescenti anni Settanta per aprirti gli occhi su certe brutture del presente.
BlacKkKlansman è l’incredibile vera storia di Ron Stallworth (un convincente John David Washington, figlio del grande Denzel), un poliziotto afroamericano che riuscì ad infiltrarsi nel famigerato Ku Klux Klan con la complicità del collega Flip Zimmerman (interpretato da Adam Driver, ormai consacratosi tra i migliori attori della sua generazione), con l’obiettivo di arrivare ai vertici della congrega degli incappucciati. Il film, un cocktail riuscito tra commedia nera e dramma, poliziesco e giallo – impreziosito da una sfavillante ricostruzione d’epoca – scorre via velocissimo, tiene sempre sulle spine, fa ridere di gusto quando fa esplodere il suo black humour. E ogni volta che può Lee affonda il colpo, senza risparmiare niente e nessuno, come dimostra la magistrale sequenza in cui attacca quel caposaldo del cinema a stelle e strisce che è Nascita di una nazione di David Wark Griffith.
Intrattiene che è una bellezza BlacKkKlansman, arguto, spassoso, mordace com’è, fino a quell’epilogo feroce come un cazzotto, che ti sbatte KO sulla poltroncina della sala lasciandoti addosso un concentrato di sgomento e di indignazione. Dal barbaro linciaggio dell’adolescente Jesse Washington nel 1916 alla marcia suprematista di Charlottesville del 2017, non sembra essere cambiato quasi nulla. L’America razzista di Donald Trump fa più paura che mai. E Spike Lee è tornato a ruggire.


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